Il precariato visto da un quarantenne, una prospettiva apocalittica

By tokonoma

L’Italia è all’ultimo posto al mondo per investimenti in ricerca e università, al settimo per le spese militari1. Nelle dichiarazioni dei redditi per il 2005 solo il 2% dei contribuenti dichiara oltre i 100.000 euro, mentre il reddito medio si attesta a circa 23000; ma in una grande città come Torino – per esempio – circolano oltre 75.000 auto di lusso, a fronte di poco più di 8000 superricchi2.

I forti contrasti che emergono da queste poche cifre impongono alcune considerazioni. Le sfide lanciate dalla globalizzazione alle società postindustriali avanzate sono state raccolte in modo diverso da paesi più sviluppati. L’Italia si è prodotta – con risultati contraddittori – nell’immane sforzo di risanare i propri conti pubblici, ma ha rinunciato a effettuare politiche di sviluppo credibili, lasciando campo libero alle imprese private nazionali e multinazionali, a cui non è parso vero poter approfittare di una mano d’opera – spesso e volentieri soprattutto intellettuale – molto giovane, molto precaria e molto poco flessibile.

In alcuni paesi il termine “precarietà” risulta persino difficile da tradurre e la cosiddetta “flessibilità” è uno skill, anzi è un insieme di competenze, maggiore della somma di tutte le proprie componenti. In Italia precarietà e flessibilità si confondono in un intrico di definizioni e malintesi, tutto a vantaggio di quei “pochi” che riescono a profittarne e a danno di molti che ne pagano le conseguenze sulla pelle propria o su quella dei propri cari.

Basta guardare un qualsiasi notiziario televisivo o aprire le pagine di tutti i quotidiani per rendersi conto – non tanto dal contenuto delle notizie date, ma dalla loro organizzazione – che in ormai questo paese la precarietà non è più un problema ma quasi uno stile di vita. Da qui deriva un pullulare di reality show, reportage, dibattiti, seminari.

C’è una precarietà dei vip, (dalla velina caduta in disgrazia per le disavventure dall’amante inquisito o trombato alle ultime elezioni, al problema al riciclaggio del suddetto, fino al suo riposizionamento magari alla presidenza di una bella authority creata ad hoc) e una precarietà più dimessa, ma sempre riciclabile in uno dei tanti spettacoli di cui è fatta questa società, magari in un bell’approfondimento di “terza serata” o sul satellite.

C’è anche una (finta?) precarietà politico-istituzionale: leggi elettorali definite “porcate” dai loro stessi relatori, maggioranze boriose e instabili, minoranze riottose e sfuggenti, mentre una selva di poteri più o meno forti si sfida nell’agone politico-economico-finanziario con metodi che ricordano più una guerra tra bande che il classico lobbismo anglosassone.

Chi scrive ha sempre fatto lavori precari e inflessibili, e di fronte all’incipiente, precaria mezza età che l’attende, si rende anche conto che la summenzionata, tanto auspicata flessibilità è un po’ come una lingua: parlata tanto più fluentemente quanto più appresa in tenera età.

Imparerò, impareremo (io e altri quarantenni – magari quelli della Bertone, tanto per fare un esempio a noi vicino) a essere flessibili, ma come dimostrano queste poche righe, sarà pur sempre una flessibilità d’accatto. Per pochi copechi, come personaggi dostoevskijani, continueremo, o cominceremo, a condividere appartamenti, a fare telefonate o a scrivere piccole agiografie per i nostri committenti (così adesso amano farsi chiamare i padroni).

Scivolando ineluttabilmente verso l’anzianità, come lo zio Vanja, tanto per restare in àmbito russo, scriveremo le opere o amministreremo gli affari di zii ricchi e famosi. I nipoti più giovani e più furbi di questi grandi vecchi ci hanno già sorpassato, in bicicletta magari. Loro sono migliori: non inquinano, non sporcano, hanno un sapore biologico, anche se forse geneticamente modificato.

Hanno frequentato le scuole giuste, hanno smesso di frequentarle al momento giusto: stanno cogliendo l’attimo. Sono i primi ad essere stati interamente immersi nella società dello spettacolo. Saranno loro a prendere il posto dei nonni. Noi, che avremmo potuto essergli madri e padri, non ne abbiamo avuto voglia o coraggio. In fondo la colpa è solo nostra; di quelle delle madri e dei padri nostri non oso parlare.


[1] http://www.avvenimentionline.it/content/view/1127/355/
[2]http://www.repubblica.it/2007/03/sezioni/economia/fisco-statistiche-reddito/fisco-ricchi-invisibili/fisco-ricchi-invisibili.htmlPubblicato

Pubblicato originariamente qui:
http://fotocopywriter.com/2007/03/30/il-precariato-visto-da-un-quarantenne-una-prospettiva-apocalittica/

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